Dialetto, alla scoperta del "barivecchiano": «Parlato solo dalle donne». Il video

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Dialetto, alla scoperta del "barivecchiano": «Parlato solo dalle donne». Il video
BARI – Facile dire “dialetto barese”. Il vernacolo del capoluogo pugliese, che per molti rappresenta una vera e propria lingua, non si parla allo stesso modo in tutta la città: è un dato di fatto. (Vedi video)

Ci sono perlomeno due tipologie di pronunce. La prima, diffusa nella stragrande maggioranza di Bari, è asciutta, pulita e comprensibile ai più. La seconda invece presenta parole più  “trascinate”, suoni più gutturali e sicuramente meno decifrabili. È caratterizzata dalle cosiddette “vocali turbate”: le vocali toniche in sillaba aperta sono infatti espresse con un prolungamento, arrivando spesso a costituire veri e propri dittonghi.

Questo tipo di barese lo si ascolta prevalentemente nel centro storico o in quartieri di stretta derivazione “barivecchiana”, come il San Paolo.

«E rappresenta il “vero” vernacolo, quello più fedele alla tradizione - sottolinea l’esperto di storia locale Gigi De Santis -. Tutti i dialetti delle grandi città infatti, a partire dal Dopoguerra, sono stati costretti a un certo punto a “confrontarsi” con l’italiano, lingua imposta innanzitutto dalla scuola. I centri urbani poi si sono ingranditi, accogliendo anche persone che provenivano da fuori. Il risultato è stato così una sorta di “italianizzazione” dell’idioma, divenuto più comprensibile ed edulcorato».

Negli ultimi decenni quindi i baresi si sono allontanati da un certo modo di esprimersi, più fedele alla propria storia. Con una grande eccezione però: le donne di Bari Vecchia.

Le signore del centro storico, casalinghe, poco emancipate, con un grado di scolarizzazione molto basso, “chiuse” tra le mura della città antica, hanno infatti continuato a parlare come volevano, incuranti delle novità che arrivavano da “fuori”. E questo a differenza degli uomini, che da un certo momento in poi hanno dovuto fare i conti con l’italiano, soprattutto per ragioni lavorative.

Un fenomeno che si è poi accentuato quando migliaia di “barivecchiane” si sono traferite negli anni 60 nel neonato ed estremamente periferico quartiere San Paolo. Un rione situato lontano da tutto e da tutti, lì dove hanno potuto continuare a comunicare in barese “stretto” senza interferenze esterne.

«E ancora oggi del resto, coloro che parlano così sono quasi esclusivamente donne - conferma il poeta vernacolare Emanuele Zambetta -. Chiaro che quelle di nuova generazione, giovani e più aperte, se ne sono in parte distaccate, ma le anziane no: sono rimaste fedeli ai vocaboli primitivi. Tanto che ora sono presenti numerosi “sottogruppi” del dialetto più arcaico, con variazioni di suoni e dittonghi a seconda se ad aprire bocca siano le nonne o le ragazze».

Pare evidente comunque come ad esprimersi ancora in “barivecchiano” siano rimaste in poche: è quindi facile presagire che in futuro non molto lontano questa “lingua” scomparirà definitivamente.

Nel frattempo noi abbiamo affidato ad Emanuele Zambetta il compito di mostrarci la differenza tra i due diversi tipi di “barese”. Godetevi il video (di Gianni de Bartolo):



Foto di: Nicola Imperiale
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I commenti (4)
Emanuele Zambetta
Per quella che è la mia esperienza di ragazzo classe οΏ½81, vorrei sottolineare il fatto di non aver mai sentito parlare il οΏ½barivecchianoοΏ½ (che preferisco chiamare οΏ½barese minoritarioοΏ½) da un maschio eterosessuale. Sì, nel οΏ½minoritarioοΏ½ esistono vari sottogruppi, varie sfumature di pronuncia (anche in uno stesso parlante; può influire il contesto, lo stato dοΏ½animo ed ovviamente lοΏ½età). Ma varie sfumature esistono anche nel οΏ½barese maggioritarioοΏ½ (il dialetto che parlo io, il più diffuso a Bari). Sostanzialmente però si può affermare che esistano due grandi famiglie, entrambe comunque con identica sintassi. Nel οΏ½minoritarioοΏ½ sono evidentissimi gli schwa aventi accento tonico. LοΏ½amico linguista Giovanni Manzari, ricorrendo alla trascrizione fonetica, ha saputo catalogare le molteplici pronunce presenti in città.
Emanuele Zambetta
Aggiungo: sulla pronuncia influisce molto anche la posizione che la parola occupa nella frase. Ed inoltre molto dipende dal carattere della persona (se signorile o cafona).
Pascale Vito
Come si può dire che questo è la parlata del barese, questo è il dialetto, che questo è giusto e quello è sbagliato, che magari il dialetto di Alfredo Giovine è migliore o peggiore di quello di Vito Maurogiovanni... Io dico sempre quando scrivo e quando parlo, questo è il mio dialetto.... esiste una grammatica riconosciuta da tutti??? Esiste un vocabolario serio e ben preciso?? Io so solo che esiste una grossa ANARCHIA DIALETTALE dove ognuno di noi custodisce il proprio dialetto con presunzione e arroganza volendo imporre il suo dialetto... E' solo vergognoso da parte di tutti coloro che si definiscono dialettologi, che poi sono solo conoscitori, che non riescono a fare una grammatica semplice fluida e che si capisca... Il dialetto non è solo del barese, ma è e deve essere di tutti e senza fare un dialetto dei balbuzienti con doppie triple vocali e consonanti.... speriamo che uin giorno si raggiunga ad una seria conclusione.
Felice Alloggio
Non è solo questione di diversa inflessione dialettale ma, come tutte le lingue, anche evoluzione linguistica dialettale. I termini in dialetto cambiano o ce ne sono delle nuove con il tempo. Es: le fasuline (ieri) le fagioline (oggi); u feldùre(ieri) u tappe(oggi); le donzèlle(ieri) le tonzìlle(oggi); u stendìne(ieri) l'indestìne(oggi), e tanti altri termini.